VERMIGLIO
"Chi va al mulino s'infarina."
Il mese di settembre è assunto dall’anno bisestile. Il freschetto ha cancellato i ricordi piacevoli e sudati di un’estate che poi, alla fine, passa sempre troppo in fretta. È vero che al sud, per il caldo, la viviamo al doppio, ma ormai tutto il mondo – per via del riscaldamento globale - è diventato un grande sud. Il mese di settembre rappresenta, da sempre, l’energica novità, il festival di Venezia e, genericamente, la rinascita di quegli obiettivi assopiti in qualche angolo della mente: senza preavviso una mattina di fine estate si svegliano prima di noi.
A settembre si torna finalmente a cinema perché c’è tanto da vedere. Ci sarebbe. Questo settembre c’è un po’ meno da vedere. O almeno, per la prima metà di settembre è stato così. Poche pellicole interessanti, pochi blockbuster (possiamo definirli ancora così?!), qualche sparuta e inconsistente scintilla. Sorrentino. L’aggettivo “sparuto” fa subito pensare a Paolo Sorrentino. Parthenope registra un’affluenza record in queste ore. Prima dell’uscita. Sorrentino che tutto puote.
Sempre a settembre (ma all’inzio) scopro Maura Delpero. Regista classe 1975, a metà fra Aregentina e Italia, chissà che vita girovaga alla ricerca dell’affermazione artistica. Mi arriva su wapp il suo discorso a seguito della ricezione del Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia. Il premio della critica, quello più ambito. Un discorso resistente sul cinema indipendente che deve resistere, perché il cinema indipendente vuol dire storie pulsanti da raccontare. Un’ode alle donne che devono barcamenarsi fra maternità e lavoro, e a volte scegliere una delle due. Ringrazia tutti i sostegni senza i quali sarebbe dovuta scendere a compromessi (ne ho parlato qui) e spersonalizzare il suo film così autentico.
VERMIGLIO. Una città sulle montagne, in Val di Sole, Trentino Alto Adige.
Il film è un tempo lento. Quel tempo che desiderano avere tutti i cittadini imbruttiti, spettatori e artefici di una società dell’effimero. Vermiglio è una città, ma è come se fosse una famiglia, troppo numerosa tant’è che esistono problemi di sopravvivenza. Una famiglia vicina alla regista e sceneggiatrice dell’opera, Maura Delpero appunto, di cui si disvela ogni cicatrice interna e corporea. Una personale riscrittura di Lessico Familiare di Natalia Ginzburg. È un disvelamento lento, adagio, ovattato, bianco, come la neve, come il latte caldo versato nella prima sequenza del film. Un biancore che non può causare intolleranze. Sono stato sinceramente conquistato dalla pellicola e idealmente (e piacevolmente) trasportato in casa coi componenti della famiglia.
Sono uno a cui piace la vita lenta, l’essenza, lo spogliarsi del superficiale. Uno a cui piace recuperare le stoviglie buone (magari ammaccate), invece della plastica sigillata, le tazze di acciaio, i maglioni di lana dei nonni per coprirsi dal freddo. Perché quei maglioni scaldano davvero. Uno a cui piace la foto analogica, ma non snobba il digitale. E così mi è sembrato essere Vermiglio. Una storia analogica che non snobba i tempi moderni. Non sale in cattedra per indicarci la retta via e neanche per dire che stavamo meglio quando stavamo peggio.
Immortala una famiglia in attesa della fine della guerra, esattamente come una foto analogica immortala un momento e sembrano tutti in attesa di qualcosa. Una foto attraverso la quale ognuno può immaginare le storie dei protagonisti.
Gli aspetti irrilevanti, Paolo Sorrentino.
Un libro che compie esattamente questo esercizio. Sorrentino parte da una foto di Settimio Benedusi e immagina le storie dei soggetti fotografati. Da leggere tutto d’un fiato.
Chiusa parentesi.
Vermiglio mi è piaciuto molto. Si sarà capito. Mi sono piaciute le inquadrature, mi sono piaciuti tanto gli attori. È un film recitato in dialetto… che bellezza: cancellare la prosopopea e la surreale perfezione della dizione. Niente di meglio della naturalezza e della semplicità. C’è un’immagine su tutte che mi porto. Lucia, primogenita della famiglia, calcola la distanza dal Trentino Alto Adige alla Sicilia con le dita su una carta topografica dell’Italia. È un momento di alto lirismo, a rappresentare che le distanze si colmano facilmente, con due dita.


Fossi in voi questo film non lo perderei per nulla al mondo.
La bellezza dello schermo gigante e del silenzio in sala, senza vicini che gridano o macchine che impazzano, è appagante. Ero disabituato.
Permettetemi poi una piccola postilla per l’ennesimo cinema che chiude, a Bari. Una notizia con due facce, come al solito. Quella lampante è la tristezza di vedere una sala spegnersi, quella meno luminosa è la tendenza a riabitare le sale piccole, di quartiere, le comunità di cinefili. Vivere il cinema come un rito e non come una galleria commerciale.
Resistiamo insieme altrimenti rischiamo di fare la fine delle pellicole analogiche!


